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Figli di un circo minore

Da quanto tempo non vado al circo? Ricordo appena l’ultima volta, da piccolo, quella sensazione di stupore e malinconia che infondevano gli animali ammaestrati da improbabili domatori, il tendone lacero e sbiadito, i nomi esotici e altisonanti, con gli occhi di un bambino sembra tutto magico…ma ora? Che cosa rimane ora di quel mondo, così tipicamente ottocentesco, che il circo ancora testimonia? Solo coloro che hanno saputo rinnovarsi e ripensare l’idea del circo, sull’onda del “cirque nouveau” nato in Francia, sono riusciti a conservare un buon richiamo per il pubblico, evitando polemiche animaliste con l’azzeramento della componente non umana, su tutti il celeberrimo Cirque du Soleil; altri Circhi si sono salvati grazie al loro grande nome e alla tradizione circense del paese di riferimento, come ad esempio il Circo di Montecarlo. Ma il rinnovamento ha riguardato e interessato più che altro il nord Europa, qui da noi, in Italia, il circo è rimasto quello raccontato in tanti metri di pellicola dal maestro Fellini, con la sua poesia, la sua miseria, la sua inconsolabile solitudine. Il circo in Italia è ancora quello della “famiglia” del film “Freaks” di Tod Browning; chi ne entra a far parte diventa “uno di noi”, alla pari di tutti gli altri. Dietro ai nomi spropositati, Circo di Vienna, Circo di Praga, Circo di Barcellona, si nascondono misere conduzioni familiari, gruppi di persone in costante movimento per sopravvivere, aiutate di volta in volta da manovalanza che trovano in loco, arruolando chiunque cerchi da vivere e quindi ripiegando spesso e volentieri su extracomunitari e immigrati di varia provenienza (indiani, cingalesi, bulgari, rumeni, ecc.) che spesso decidono e accettano di proseguire la loro avventura professionale dietro al carrozzone del circo. Tutta questa gente, comunque, è custode di una profonda dignità, di una tradizione millenaria ormai perduta e superata definitivamente nel contesto dell’attuale “società dello spettacolo”, relegata a rappresentazione minore, di scarso interesse, di poverissimo appeal sul pubblico, uno spettacolo ormai obsoleto. Ma in questi sguardi, in queste pose, nel frenetico movimento del lavoro, nell’amorevole accudimento degli animali, anch’essi antichi testimoni della tradizione circense più vera, risplende la luce di una profonda fierezza, di un orgoglio invecchiato ma non ancora scalfito dalle tante difficoltà alle quali la vita costringe chi ha scelto questo destino ormai fuori dal tempo.

Testo: Fabio Dibenedetto